…aspettando!

Pubblicato: 20 novembre 2017 in Giorno per Giorno, Sul progetto

Dopo più di due settimane non abbiamo ricevuto nessuna risposta alle nostre richieste dal Consolato Italiano a Gerusalemme e dagli onorevoli e senatori del ministero degli affari esteri.

Nel frattempo è uscito un articolo su Pressenza (Agenzia di Stampa Internazionale) e Articolo21 di Patrizia Cecconi che pone in risalto un interrogativo molto importante su questa vicenda.
https://www.pressenza.com/it/2017/11/litalia-scelga-sudditanza-dignita/

Lo stesso giorno è uscita anche quest’altra notizia che prova, a chi non lo sapesse, che il nostro non è un caso isolato ma un piano che mira a isolare progressivamente politicamente e culturalmente la Palestina.
https://www.pressenza.com/it/2017/11/giro-vite-israele-sugli-ingressi-palestina/

Chi non fosse a conoscenza di cosa è accaduto può leggere qui il report dettagliato dell’esperienza e le nostre considerazioni.

Mentre aspettate con noi condividete e diffondete!

Grazie

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COMUNICAZIONE IMPORTANTE

Pubblicato: 10 novembre 2017 in Giorno per Giorno, Sul progetto

ISRAELE NEGA IL NOSTRO INGRESSO NEL PAESE INTERNANDOCI IN UNA CELLA DI DETENZIONE

 

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Con rabbia e dispiacere comunichiamo che il giorno 4/11/17 non siamo riusciti ad arrivare nei Territori Occupati Palestinesi per lavorare alla nuova tappa di BORDERMINDPROJECT, un progetto teatrale e culturale di Anticamera Teatro che portiamo avanti dal 2012 in collaborazione con diverse realtà culturali locali. Il governo israeliano ci ha impedito di entrare nel Paese attraverso l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Abbiamo subito interrogatori di diverse ore al termine dei quali abbiamo ricevuto il diniego di accesso al paese.Siamo stati reclusi in un cella detentiva per una notte con l’accusa di tentativo di immigrazione illegale, per essere poi rimpatriati in Italia il giorno successivo perché, fortunatamente, c’erano dei posti disponibili sull’aereo per Milano. Abbiamo subito un trattamento vergognoso e senza diritti. Stiamo denunciando l’accaduto attraverso tutti i canali ufficiali tra i quali il Consolato Italiano, il Ministero degli Affari Esteri italiano e gli organi di stampa. Questa è l’ulteriore conferma della strategia di isolamento totale che lo Stato di Israele continua a infliggere alla Palestina con ogni mezzo possibile.

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I punti principali che denunciamo e che mettiamo in evidenza della nostra “esperienza” sono:

  • motivazione scorretta di diniego. Non c’è stato nessun tentativo di immigrazione illegale, anche perché in un primo momento abbiamo ottenuto il visto d’ingresso. Ciò è servito a nascondere il vero motivo dell’espulsione che lo stato “democratico” d’Israele cerca di non rendere pubblico, ossia che le persone non possono recarsi nei Territori Palestinesi.

  • non ci sono stati illustrati i nostri diritti, siamo stati reclusi senza nessuna possibilità di difesa, internati in una cella e privati di tutti i mezzi di comunicazione con l’esterno dalle 20:00 fino al nostro arrivo in Italia il giorno successivo alle 17:00, senza che nessuno potesse essere a conoscenza del nostro stato e delle nostre condizioni, nonostante l’intervento del Consolato Italiano a Gerusalemme.

  • non potremo più tornare in Palestina perché non vi è nessun altro modo per entrare nella Cisgiordania, se non quello di passare attraverso i controlli israeliani presenti in tutti i posti di confine; problema a cui, per tutti i cittadini interessati ad andare in Palestina, non è mai stata diplomaticamente trovata nessuna risposta né soluzione.

Non siamo stati né i primi né saremo gli ultimi ad essere sottoposti a questo tipo di trattamento, ed è nulla in confronto a tutte le ingiustizie e le privazioni che i palestinesi devono subire ogni giorno, ma da cittadini italiani non si può e non si deve tacere di fronte a tali atti promossi da uno Stato che si dichiara democratico continuando impunemente a non rispettare i diritti individuali e il diritto internazionale.

Oltre all’impossibilità di portare avanti il progetto su cui lavoriamo da 5 anni e per il quale sono state investite risorse in parte perse, non potendo raggiungere in nessun altro modo la Palestina la politica ostracista israeliana sta soprattutto impedendo l’incontro di esseri umani e la possibilità di coltivare gli affetti e le amicizie costruite nel tempo attraverso esperienze profonde.

Il progetto ovviamente non si fermerà qui. Abbiamo ancora più motivazione, più interesse e determinazione per andare avanti e continuare a lavorare per far sì che il teatro sia un concreto strumento per abbattere le barriere, perché BORDERMINDPROJECT è nato proprio per questo.

Quello che ci ha dato ancora più forza in un momento di sconforto è stato ciò che ci ha scritto una delle responsabili delle compagnie teatrali con cui avremmo lavorato: “Sappiate che ciò che vi è accaduto indica che il vostro lavoro in Palestina ha un impatto forte. Gli israeliani guardano e controllano tutto qui e impediscono solo ciò che ha realmente effetto sulle persone”.

Non sono consapevoli di averci consegnato una storia e noi con il nostro mestiere e il nostro cuore ci impegneremo per raccontarla nel migliore dei modi.

Chiunque desideri collaborare e dare il suo contributo sarà ben accetto.

Di seguito il report dettagliato di ciò che è accaduto in aereoporto

REPORT AEREOPORTO TEL AVIV BEN GURION 4/11/2017

Torino, 7/11/2017

Io sottoscritto Marco Monfredini direttore artistico e regista dell’associazione culturale Anticamera Teatro di Torino, dal 2012 ho avviato insieme a Valentina De Luca, organizzatrice della stessa, un progetto teatrale e culturale nei Territori Palestinesi dal nome BORDERMINDPROJECT.

Nel 2012, dopo precedenti esperienze personali di alcuni mesi in Palestina, abbiamo realizzato la prima parte di lavoro attraverso una residenza teatrale nel centro culturale Yafa del campo rifugiati di Balata a Nablus, che è sfociato in uno spettacolo sul tema della separazione e un workshop teatrale con i giovani del centro. Lo spettacolo è stato in tournée in Italia e ha ottenuto dei riconoscimenti tra i quali miglior spettacolo al CrashTestFestival.

Nel 2015 abbiamo continuato il lavoro nel campo di Balata, in un centro di aggregazione giovanile di Gerusalemme e siamo entrati in contatto con diverse realtà teatrali professioniste palestinesi quali Freedom Theatre, Al Harah theatre ecc… producendo un documentario sull’esperienza teatrale realizzata in quell’occasione che a breve sarà presentato pubblicamente.

A novembre 2017 ci saremmo dovuti recare nuovamente nei Territori Palestinesi per realizzare una serie di workshop con realtà culturali locali quali Sareyyet Dance Company di Ramallah, Excellence Center for Education and Training Services di Hebron, un gruppo di giovani del campo di Qalandia, il Freedom Theatre di Jenin e il Khasabi Theatre di Haifa. Il tema del lavoro e dei vari workshop teatrali sarebbe stato: “Quali conflitti genera il conflitto?”

Per la realizzazione di tali attività abbiamo selezionato in Italia tra settembre e ottobre attraverso dei provini e dei successivi incontri, due attrici e un interprete italiano-arabo: Giulia, Alice e Omar, tutti cittadini italiani. Omar ha anche un passaporto marocchino essendo nato a Marrakesh e trasferitosi in Italia all’età di 6 mesi.

Il giorno 4 novembre 2017 alle 11:35 circa ora locale siamo partiti da Milano Malpensa e atterrati presso l’aeroporto di Tel Aviv e ci siamo sottoposti ai controlli dell’immigrazione israeliana dichiarando che saremmo entrati nel paese come turisti, consapevoli del fatto, come è ben noto, che rivelando il vero motivo del viaggio saremmo stati immediatamente rimandati indietro, come già successo a molte persone. Io e Valentina, con evidenti esperienze in passato nei Territori, avremmo attraversato il desk dell’immigrazione separatamente dal resto del gruppo.

Io, Valentina, Alice e Giulia abbiamo ricevuto immediatamente il visto d’ingresso, abbiamo ritirato il bagaglio imbarcato e siamo usciti nella hall dell’aeroporto. Omar invece, che si trovava dietro alle ragazze, è stato fermato dal personale dell’aeroporto dopo il solo controllo del passaporto ed essersi anche lui dichiarato turista. E’ stato subitaneamente accompagnato in un’apposita saletta in attesa di un interrogatorio.

Il resto del gruppo, nell’attesa di ricevere notizie, si è occupato di sbrigare le pratiche di noleggio di una macchina prenotata dall’Italia presso gli uffici del secondo piano. Trascorso diverso tempo, tramite messaggi whatsapp, abbiamo tentato di metterci in contatto con Omar. E’ iniziato uno scambio tra lui e Valentina, nei quali ci comunicava, quando ne era in grado, tutto quello a cui veniva sottoposto e alle loro richieste.

L’interrogatorio di Omar è stato incentrato sulle sue origini arabe e sull’esperienza in associazioni umanitarie islamiche presso le quali ha prestato volontariato, subendo controlli al cellulare, alle mail e i social network. In un secondo momento gli hanno richiesto informazioni sulle altre passeggere e sul reale motivo del suo viaggio. Lui ha continuato a mantenere la dichiarazione precedente.

Dopo circa due ore all’altoparlante dell’aeroporto è stato chiamato il nome di Valentina De Luca, indicandole di recarsi con urgenza all’ufficio informazioni. Dopo pochi attimi si sono presentati un uomo e una donna in borghese prelevando, dopo un controllo dei passaporti, tutto il gruppo. Siamo quindi stati portati nella saletta dove era presente anche Omar e altre persone di diversa nazionalità. Da quel momento sono iniziati per ore e a più riprese degli interrogatori incrociati a tutti noi, in maniera separata presso apposite stanzette. Nei confronti di Valentina sono state intimate parole quali: “Se non dici la verità tu e i tuoi amici passerete dei guai seri”.

Ognuno a suo modo, in quella situazione molto difficile e con molta pressione da parte della polizia, ha portato avanti le proprie motivazioni e smentito o meno le precedenti dichiarazioni. In diversi momenti non ci hanno consentito di parlare tra di noi. Durante gli interrogatori erano presenti più persone che con strategie e metodi diversi hanno diviso il gruppo e pressato psicologicamente ognuno di noi; hanno requisito i telefoni consultando liberamente ciò che volevano, hanno preteso indirizzi mail e identità sui social.

A me per primo, che ho deciso di non cedere alle loro insistenti accuse, hanno consegnato un foglio di accesso negato al paese con una motivazione del tutto non rispondente alla realtà: “Prevention of illegal immigration considerations”(considerazioni legate alla prevenzione di immigrazione illegale), pur avendo attraversato precedentemente in maniera regolare i controlli, essere stato richiamato indietro da loro e non aver in alcun modo tentato di entrare irregolarmente nel paese. Dopo poco tempo e altri interrogatori lo stesso foglio è stato consegnato a Giulia, Valentina e Omar. A quest’ultimo in aggiunta alla motivazione pronunciata per gli altri è stato indicato “Public security or public safety or public order consideration” (considerazioni legate alla sicurezza pubblica o all’ordine pubblico)

In quel momento non avevamo nessuna notizia di Alice. In tutte le fasi precedenti e durante gli interrogatori siamo riusciti a metterci in contatto con un nostro amico italiano in Ramallah, che a sua volta ha comunicato al Consolato Italiano cosa stava accadendo, potendo metterlo nella condizione di intervenire. A un certo punto il personale della security, dopo il probabile intervento del Console, è venuto insieme ad Alice (che come abbiamo saputo successivamente aveva dichiarato il reale motivo del viaggio in una seconda fase di interrogatorio) a chiamare Giulia. In quel momento ci è stato impedito di comunicare con loro per sapere cosa stesse accadendo e dove le stessero portando. Abbiamo scoperto solo successivamente, tramite uno scambio di messaggi, che a Giulia era stato revocato il diniego d’entrata e avevano concesso ad entrambe di entrare nel paese con un visto limitato di 8 giorni.

Sono state fasi molto concitate, considerata anche la stanchezza accumulata per essere svegli dall’una di mattina ed essere stati sottoposti a questo trattamento per ore. Ci siamo trovati nella situazione in cui il gruppo era separato e impossibilitato a comunicare in maniera adeguata. Come responsabili del progetto non eravamo più nelle condizioni di assistere le due ragazze che erano venute lì con noi e si erano ritrovate improvvisamente da sole. Eravamo consapevoli che avevano dei contatti con parenti che in quel momento si trovavano in Israele in vacanza e che sarebbero riuscite a farsi spedire dei soldi e si sarebbero recate in un hotel a Tel Aviv. Per diverso tempo non abbiamo ricevuto notizie dalla polizia sul nostro conto, nonostante insistenti e ripetute richieste. Siamo stati scortati nell’andare in bagno. Mi sono preoccupato di poter restituire le chiavi della macchina presa a noleggio, e anche in questo caso sono stato scortato fino all’ufficio del noleggiatore.

Dopo diverso tempo siamo stati caricati su un furgoncino blindato dotato di una gabbia interna con il solo bagaglio a mano, obbligandoci, nonostante le nostre insistenze per portarla con noi, a lasciare la valigia più grande di cui si sarebbero occupati loro. Ci hanno comunicato frettolosamente che ci avrebbero portato in un posto dove avremmo passato la notte fino al nostro rimpatrio che forse sarebbe potuto avvenire il giorno successivo. Dopo un percorso di una quindicina di minuti e un’attesa di altri quindici davanti a un cancello, siamo stati fatti entrare in una struttura decadente e lurida dove ci hanno fatto lasciare i bagagli e tutti gli effetti personali compresi cellulare e vestiti. Ci hanno consentito esclusivamente di portare i soldi e delle medicine che mi occorrevano. Ci hanno consegnato unicamente un lenzuolo e un panino imbustato e dato un bicchiere d’acqua.

Valentina è stata separata da noi, nonostante io abbia chiesto ripetutamente di farci restare insieme. Siamo stati quindi portati tutti in una cella detentiva in condizioni penose e con altre persone di nazionalità di prevalenza ucraina, moldava e russa. Dopo circa un’ora siamo stati sottoposti ad una ridicola visita medica. E’ stata bruscamente respinta la mia richiesta di poter solamente parlare con Valentina per accertarmi delle sue condizioni.

La convivenza con altre persone sconosciute, l’impossibilità di comunicare a causa di una lingua non comune, l’impossibilità di conoscere il motivo della loro detenzione non è stata semplice, soprattutto in virtù del fatto che sia io che Valentina avevamo con noi in tasca una rilevante somma di denaro contante utile al progetto. Siamo solo riusciti a capire che diversi di loro si trovavano in quella cella da giorni in attesa di essere rimpatriati ma senza avere notizie precise in merito. E’ stato umiliante e disumano essersi trovati senza nessun motivo criminoso in una cella detentiva in condizioni inumane e privati della nostra libertà, senza poter avere contatti con l’esterno. In quel momento nessuno sapeva dove e in quali condizioni ci trovassimo. E’ stata lesa la nostra dignità di persone e di cittadini italiani. Siamo stati messi nella condizione di non avere più diritti e nessuna tutela.

La mattina seguente, dopo aver dormito con gli stessi vestiti che indossavamo da più di 30 ore, senza poterci cambiare d’abito e poter utilizzare una doccia, a causa delle pessime condizioni igieniche presenti, ci sono stati riconsegnati i bagagli e siamo stati caricati su un furgone blindato che ci ha portato in una saletta dell’aeroporto dove siamo stati sottoposti a degli approfonditi controlli su noi e i nostri bagagli. Segnaliamo l’evidente discriminazione avvenuta durante le ispezioni nelle quali Omar, a differenza di me, Valentina e un altro signore georgiano, ha dovuto subire perquisizioni corporali, comprese le parti intime. Solo in questo momento abbiamo avuto la possibilità di lavarci frettolosamente i denti e cambiarci la maglia.

Siamo stati quindi nuovamente caricati sul furgone che ha girato per più di 30 minuti tra le piste dell’aeroporto scortando prima il signore Georgiano sul suo volo e successivamente noi sul nostro. Abbiamo chiesto sia in questo momento che in precedenza che si assicurassero che la nostra valigia, lasciata la notte precedente in loro custodia, fosse stata imbarcata, ricevendo tutte le volte superficiali e disinteressate rassicurazioni. I nostri passaporti sono stati consegnati al personale di bordo della compagnia aerea Easyjet che ha avuto l’incarico di restituirli solamente alla polizia all’arrivo in Italia. In condizioni igieniche sgradevoli, al nostro arrivo in Italia siamo stati caricati da una pattuglia della polizia che ci ha accompagnati oltre i controlli di sicurezza e ci ha riconsegnato dopo alcune pratiche i nostri documenti. Ci siamo quindi recati al ritiro bagagli dove, come immaginavamo, non abbiamo trovato la nostra valigia, mai spedita. Abbiamo dovuto quindi attivare le pratiche per lo smarrimento bagagli.

Abbiamo provveduto a comprare a nostre spese i biglietti aerei per il rimpatrio delle ragazze avvenuto il giorno 7 novembre alle ore 21.30.

Marco Monfredini e Valentina De Luca

Attrici e Interprete

Pubblicato: 19 ottobre 2017 in Sul progetto

BORDERMINDPROJECT#4

Il progetto è partito! Dopo aver ricevuto numerose candidature e avere incontrato diverse persone abbiamo selezionato le due attrici e l’interprete che collaboreranno con noi.

Il 17 ottobre presso il Centro Italo Arabo Dar Al Hikma abbiamo iniziato le prove.

CHIUDIAMO LA CHIAMATA

Pubblicato: 28 settembre 2017 in Giorno per Giorno

BORDERMINDPROJECT#4 “Quali conflitti genera il conflitto?”

Lunedì 2 e Martedì 3 Ottobre

conosceremo gli attori e le attrici selezionati

presso il Centro Culturale Dar Al Hikma di Torino

TANTA MERDA A TUTTI!

BORDERMINDPROJECT#4

Pubblicato: 18 settembre 2017 in Pagine Utili, Sul progetto

/ Quali conflitti genera il conflitto? \

La quarta tappa del progetto prevede una serie di mini-residenze in collaborazione con centri di produzione culturale e teatrale palestinesi e un gruppo di giovani del campo profughi di Qalandia. Condurremo dei laboratori teatrali destinati a giovani palestinesi, ai quali parteciperanno due attori selezionati in Italia dalla compagnia. Il lavoro ruoterà intorno al tema: “Quali conflitti genera il conflitto?” Siamo interessati a sviluppare una ricerca intorno alle conseguenze positive e negative che qualsiasi conflitto – inteso nella più larga accezione del termine – possa generare a livello individuale e sociale.

Il conflitto, dal latino conflictusus «urto, scontro», der. di confligĕre «confliggere oltre a essere inteso come combattimento, guerra, scontro di eserciti può essere urto, contrasto, opposizione o ancora la relazione antagonistica fra soggetti individuali o collettivi in competizione fra loro per il possesso, l’uso o il godimento di beni scarsamente disponibili, ma anche quello che si sviluppa riguardo all’appropriazione e al controllo dei mezzi di produzione sociale, mentre se ci dirigiamo verso la persona diventa stato di tensione e di squilibrio in cui l’individuo viene a trovarsi quando è sottoposto alla pressione di tendenze, bisogni e motivazioni fra loro contrastanti.

Non ci interessa il conflitto in quanto tale o le motivazioni per il quale si è ingenerato, vogliamo piuttosto concentrarci sulle conseguenze che esso produce sulla persona, sui gruppi e sull’ambiente.

***

mani contro mani
nell’adrenalina del palato
che sale tra le fiamme fuori mentre tutto brucia dentro
nel conflitto senza ragioni

con te e senza di te
nell’ultima parola
che abbraccia lo sguardo che si perde
nel conflitto di bocche esauste

madri e padri di sorelle e fratelli
di figli e nipoti di nonni
di famiglie che nuotano nel mare senz’acqua
dei conflitti di sangue

ordine e progresso
fatalità e potere
nella felicità di una vita senza freni
dei conflitti di interesse

Paura e rivoluzione
vitalità e sottomissione
sagacia e trasfigurazione
nelle conseguenze di una nazione

***

In Palestina la popolazione vive sotto il pesante e pressante stato di occupazione e in mezzo a un conflitto che dura da settant’anni producendo in maniera costante le più disparate conseguenze. Le possibilità di crescita e formazione sono decisamente ridotte e la situazione è ancor più grave per i ragazzi che vivono nei campi profughi. La compagnia utilizza il teatro come forma di crescita, scambio e comunicazione, con l’obiettivo di coinvolgere, oltre ai partecipanti all’esperienza teatrale, anche la comunità in cui si realizza. Le mini-residenze verranno affiancate dall’incontro con famiglie, centri di aggregazione e teatri all’interno dei campi profughi. Quali significati vengono dati alla parola “conflitto” e quali sono le differenze di percezione tra le diverse generazioni?

Fin dall’origine del progetto uno degli obiettivi che la compagnia ha sempre ritenuto fondamentale è stato il restituire in differenti forme artistiche, al ritorno in Italia, il valore dell’esperienza vissuta. Nelle prime due parti del progetto abbiamo affrontato il tema della separazione realizzando uno spettacolo di teatro-danza (bordermindproject#1#2) e un cortometraggio (Per non perdermi). La terza parte ha prodotto un documentario (bordermindproject#3) che racconta la Palestina attraverso l’esperienza e gli incontri teatrali. bordermindproject#4 ci permetterà di raccogliere “materiali” utili che serviranno come base di partenza per la costruzione di uno spettacolo-studio attorno al tema del conflitto.

***

Goccia dopo goccia
di una goccia che trabocca
come goccia
in un vaso dove amore
si confonde con pudore
e trabocca nell’odore
si trasforma in un sapore
che trabocca come goccia
dentro un mare
di parole che fan male
senza mare che le tenga
tra le onde evaporando
si confonde con il cielo
mentre il vento le riporta
come goccia che ricade
sopra un mondo di rancore
come goccia che trasporta
con sudore un messaggio
di speranza col sorriso delicato
di un bambino appena nato
come goccia di passione
delicata concessione
di un momento spensierato
con la goccia che si abbraccia
la ragazza che cammina
sollevando la rugiada
di una goccia
che sparisce nella terra
che sancisce la rinascita
di un fiore che colora
con ardore il grigiore di una vita
di una lacrima rubata che scende
come goccia
che non perde il sentimento
ma si mischia al cambiamento
generando dimensioni
solitarie confessioni
come goccia resistente
di una goccia che non si pente
d’esser goccia e ammirare
la natura d’esser goccia
di cadere e farsi male
ma sapere ritornare
sotto forma di vapore
che sa perdersi e svanire
per potersi ritrovare

***

Marco Monfredini

UDITE UDITE

Pubblicato: 15 settembre 2017 in Giorno per Giorno, Pagine Utili

BORDERMINDPROJECT#4

CERCHIAMO un ATTORE e un’ATTRICE

con propensione al lavoro fisico

e un INTERPRETE ARABO-ITALIANO e viceversa

 

per la continuazione di BORDERMINDPROJECT, un progetto teatrale portato avanti dal 2012 nei Territori Occupati Palestinesi, che sfocerà nella realizzazione di una nuova produzione della compagnia sul tema QUALI CONFLITTI GENERA IL CONFLITTO?”

COSA E PERCHE’

Il regista Marco Monfredini proporrà agli artisti selezionati alcune sessioni di lavoro con giovani palestinesi attraverso dei workshop organizzati con realtà culturali locali. Gli artisti italiani selezionati parteciperanno a tutti gli incontri di lavoro e alle esperienze umane e professionali previste dal progetto con la finalità di raccogliere “materiale artistico” per la nuova produzione. Il traduttore parteciperà attivamente fungendo da interprete all’interno del lavoro teatrale e durante tutti gli incontri.

QUANDO E COME

Territori Occupati Palestinesi (per gli attori e l’interprete)

La residenza in Palestina sarà dal 4 al 22 Novembre 2017

Periodo di prove in Italia (per gli attori)

10 giorni di prove a dicembre rientrati dalla residenza

20-30 giorni di prove tra metà gennaio e marzo 2018

SI OFFRE

Residenza in Palestina (per gli attori e l’interprete)

Voli aerei – Spostamenti interni – Vitto – Alloggio in appartamento comune

Prove in Italia (per gli attori)

Retribuzione per il periodo di prove

COSA RICHIEDIAMO

Disponibilità per 3-4 incontri preliminari di lavoro tra il regista e le persone selezionate tra la metà di ottobre e inizio novembre.

Spirito di adattamento, minima conoscenza della situazione storica-politica del Paese, conoscenza della lingua inglese, capacità di lavorare in gruppo, propositività e umiltà nel lavoro.

Si sottolinea che bordermindproject sin dalla sua nascita prende spunto dal contesto socio-politico-culturale del Paese in cui viene realizzato e abbraccia la filosofia della compagnia Anticamera, di teatro inteso come Esperienza.

Si chiede la partecipazione a persone che abbiano interessi oltre alla propria professione artistica, che siano curiose e aperte e che intendano il teatro come luogo di sperimentazione e scoperta; a persone che siano motivate a confrontarsi con culture diverse, che siano interessate a scoprire qualcosa del paese in cui si svolgerà il lavoro, che abbiano un carattere forte e adattabile a eventuali situazioni di difficoltà di qualsiasi tipo.

PER CANDIDARSI

Occorre mandare via mail ad anticamerateatro@yahoo.it il proprio curriculum e una lettera il più possibile esplicativa delle motivazioni e dell’interesse a partecipare al progetto entro il 27 settembre 2017, con del materiale video che evidenzi il proprio lavoro artistico.

Le richieste pervenute verranno valutate e saranno scelte le persone che più si avvicineranno alle caratteristiche necessarie al progetto, che riceveranno la convocazione ad un incontro per il quale sarà richiesto di “portare” nella forma che si riterrà più opportuna, qualsiasi cosa racconti al meglio il proprio stile artistico, la propria competenza professionale, i propri interessi e la propria sensibilità.

Dopo gli incontri verranno comunicate le persone che parteciperanno al progetto.

L’esito finale delle valutazioni avverrà entro la prima settimana di ottobre.

GUARDA

CANALE VIMEO PROGETTO

CANALE YOU TUBE PROGETTO

 

FINALMENTE!

Il documentario BORDERMINDPROJECT#3 | Nuove transizioni nei Territori Occupati Palestinesi
è pronto!

Un racconto tra immagini, parole e performance basato sull’esperienza teatrale di Anticamera Teatro nei campi profughi e nei centri culturali palestinesi e realizzato con il contributo di tutte le persone che abbiamo incontrato.

Lo presenteremo prossimamente ad alcuni concorsi, ma chi fosse interessato a saperne di più o a organizzare una futura proiezione ci contatti.

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un documentario di Marco Monfredini e Matteo Silvan
con Valentina De Luca, Michele Galasso, Marco Monfredini, Elisa Spagone e con

e con Islam Sirafy, Madeleen H.Said, Anas Jammal, Marh Arafat, Hakeem Meskawe, Mervat Abuhijleh, Hala Hashem Abu Assan, Mhmmad Brahme, Ameer Gotcha, Shadi Hadia, Mustafa Murar, Adam Dandes, Shahd Hammad, Manal Jrere, Zaina Omer, Mohammed Natsheh, Noor Salah, Mohammed Abu Gharbye, Murad Natsheh, Hamze Sh, Ismail Soboh, Nabeel Al-Rae, Rasmi Arafat, Marina Barham, Abu Akeem, Khames Sirafy, Atallah Sirafy, Turkey

direzione artistica Marco Monfredini

riprese Matteo Silvan

montaggio Marco Monfredini, Matteo Silvan

durata 65 minuti

produzione Anticamera Teatro Italia | Palestina 2017

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Il documentario restituisce sullo schermo l’esperienza teatrale della compagnia Anticamera Teatro che da diversi anni lavora nei Territori Occupati Palestinesi, portando il teatro nei campi profughi e nei centri culturali palestinesi tra i giovani e gli adulti.

Il film si concentra sulle possibilità.

Ogni strada è un possibile cammino. Ogni cammino è uno sguardo che si perde all’orizzonte. Ogni forma d’arte è un tentativo di scoperta.

Come può l’occhio di una camera restituire la complessità delle esperienze e delle relazioni umane e artistiche che nascono da un lavoro teatrale? Come si può raccontare un Paese che sale alla ribalta della cronaca esclusivamente per i conflitti, da un punto di vista differente ?

Il più ambizioso tentativo è stato ricercare l’invisibile agli occhi degli altri.

Ma se è invisibile, com’è possibile vederlo?

Cambiando occhi, tutto qui.